martedì 31 dicembre 2013

Emozioni, parlarne aumenta l'empatia e le capacità cognitive dei bambini

Secondo uno studio dell’Università di Milano-Bicocca, condotto in collaborazione con l’Università di Manitoba del Canada, i bambini che vengono sollecitati a parlare di emozioni sono più empatici e migliorano alcune abilità cognitive. I ricercatori hanno analizzato cinque emozioni: colpa, rabbia, paura, felicità e tristezza. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Journal of Experimental Child Psychology


Milano, 10 dicembre 2013 - 

Rabbia, paura, colpa, felicità e tristezza. Se i bambini ne parlano, in piccoli gruppi e sotto la guida di un adulto, riescono a essere più empatici e migliorano le loro capacità cognitive. È il risultato di uno studio (Veronica Ornaghi, Jens Brockmeier, Ilaria Grazzani Enhancing social cognition by training children in emotion understanding: A primary school study DOI:10.1016/j.jecp.2013.10.005) condotto dai ricercatori del Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione dell’Università di Milano-Bicocca e pubblicato sul “Journal of Experimental Child Psychology”, nell’ambito del progetto PRIN del 2008 Star bene a scuola: il ruolo della teoria della mente nel favorire lo sviluppo socio-motivo e cognitivo nella scuola primaria.    

Sulla scia dei risultati conseguiti in due precedenti studi, condotti dallo stesso team con bambini tra i 3 e i 5 anni, la ricerca, svolta in collaborazione con l’Università di Manitoba del Canada, ha coinvolto 110 bambini delle scuole elementari dell’hinterland milanese. I bambini, distribuiti in un gruppo sperimentale e in uno di controllo, avevano tra i 7 e gli 8 anni. Quattro le fasi dello studio: pre-test, training, post-test e follow-up. Nella fase di pre-test sono state proposte ai bambini prove individuali di “comprensione delle emozioni”, di “empatia” e di ”teoria della mente” (prova cognitiva), per valutare il livello di partenza. Poi si è passati alla fase di training che è durata circa due mesi. Durante questo periodo, i bambini del gruppo sperimentale, dopo aver ascoltato delle storie a contenuto emotivo, venivano coinvolti nelle conversazioni sulla comprensione della natura, delle cause e della regolazione delle emozioni. Per promuovere la partecipazione attiva di tutti i bambini, il gruppo è stato a sua volta suddiviso in piccole classi di circa sei bambini. Le attività si sono concentrate su cinque emozioni, di cui quattro di base (felicità, rabbia, paura e tristezza) e una complessa (senso di colpa). Ciascuna di queste emozioni è stata oggetto di conversazione per tre incontri: il primo focalizzato sulla comprensione dell’espressione, il secondo sulla comprensione delle cause e il terzo sulla comprensione delle strategie di regolazione dell’emozione target. Ogni incontro è stato strutturato in quattro momenti: introduzione al tema da parte dell’adulto, un racconto di vita quotidiana, avvio della conversazione, e riflessione finale da parte dell’adulto (leggi la scheda col dettaglio dell’esperimento). 

I bambini del gruppo di controllo, invece, ascoltavano le storie e in seguito facevano un disegno, non partecipando dunque alla conversazione. Nella fase post-test, ai bambini sono state nuovamente proposte le prove; infine, dopo due mesi, a tutti i partecipanti è stata riproposta la prova di comprensione delle emozioni per verificare la persistenza degli effetti prodotti dall’intervento.

E’ emerso che il gruppo dei bambini sottoposti all’intervento migliora significativamente, rispetto al gruppo di controllo, in vari aspetti della comprensione delle emozioni, nella dimensione cognitiva dell’empatia, e nella prova cognitiva di teoria della mente.

La spiegazione dei risultati sta nell’uso della conversazione in piccolo gruppo, che ha favorito il decentramento cognitivo, l’assunzione del punto di vista dell’altro, la consapevolezza delle differenze individuali e il collegamento – da parte dei bambini - tra mondo interno non visibile e azioni manifeste.
«La novità dello studio – spiega Ilaria Grazzani, coordinatrice della ricerca e docente di Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione - consiste proprio nell’avere scoperto che l’intervento sulle emozioni produce miglioramenti anche nella capacità cognitiva di “teoria della mente”, ovvero nella capacità che consente di prevedere i comportamenti degli altri sulla base dell’inferenza dei loro stati mentali (“se ha fatto questo, forse è perché desiderava qualcosa; “se ha agito in un certo modo doveva essere arrabbiato”)».

«All’interno della scuola primaria tradizionalmente deputata all’insegnamento dei saperi curriculari– aggiunge Veronica Ornaghi, assegnista di ricerca –, è possibile realizzare interventi che, oltre a potenziare le abilità socio-emotive, come la comprensione delle cause delle emozioni, l’empatia e l’aiuto nei confronti dell’altro, producono anche miglioramenti su capacità di tipo cognitivo, per esempio, rappresentarsi la mente dell’altro e prevederne i comportamenti, un’abilità indispensabile nella vita sociale»

Da www.lescienze.it

lunedì 30 dicembre 2013

Quel serissimo bisogno di giocare

Il gioco di fantasia è essenziale per un normale sviluppo sociale, emotivo e cognitivo, perché migliora l'adattamento sociale, stimola l'intelligenza e riduce lo stress. 

Di Melinda Wenner 


Il primo agosto 1966, il giorno in cui lo psichiatra Stuart Brown iniziò l'attività di assistente universitario al Baylor College of Medicine di Houston, il venticinquenne Charles Whitman salì in cima alla torre dell'Università del Texas nel campus di Austin e sparò su 46 persone. Whitman, studente di ingegneria, era un ex tiratore scelto dei marine e nessuno l'avrebbe immaginato capace di fare una strage. Dopo aver accettato di occuparsi del caso in veste di consulente dello Stato, Brown intervistò 26 detenuti condannati per omicidio in Texas e scoprì che la maggior parte dei killer, compreso Whitman, condividevano due caratteristiche: provenivano da famiglie in cui avevano subito abusi e da bambini non avevano mai giocato.

Brown non sapeva quale di questi due fattori fosse il più importante. Ma nei 42 anni trascorsi da allora ha intervistato circa 6000 persone, e i dati raccolti suggeriscono che l'assenza di gioco fantasioso e non strutturato durante l'infanzia può compromettere la felicità e l'adattamento sociale una volta che si diventa adulti. «Il gioco libero», come lo definiscono gli esperti, è fondamentale per l'acquisizione della competenza sociale, del controllo dello stress e per la costruzione di capacità cognitive come la risoluzione dei problemi. Ricerche condotte sul comportamento animale confermano i vantaggi del gioco e ne stabiliscono l'importanza evolutiva: in ultima analisi, il gioco è suscettibile di fornire agli animali (compreso l'uomo) abilità che saranno loro utili per sopravvivere e riprodursi.

Da www.lescienze.it

lunedì 9 settembre 2013

martedì 27 agosto 2013

Armonici, imperfetti, esseri umani

Leggevo:

"Le parole di T.Bernhard (da “L’origine”, 1975) che scriveva “chi è per lo sport ha le masse al suo fianco, chi è per la cultura ha le masse contro, e per questo tutti i governi sono sempre per lo sport e contro la cultura,”accentuano, con i toni provocatori dello scrittore, come lo sport ( al pari della politica) abbia perso in parte la sua valenza di esperienza umana per diventare agente omologante quasi a negare quell’esperienza personale di crescita armonica che lo sport dovrebbe rappresentare.

Non macchine perfette ma armonici, imperfetti, esseri umani."


"Non macchine perfette ma armonici, imperfetti, esseri umani": si adatta perfettamente anche alla musica!




     Foto, copyright Elisabetta Zavoli

giovedì 4 luglio 2013

Prossimi concerti...

Otello

Di Giuseppe Verdi


Direttore: Myung-Whun Chung
regia: Francesco Micheli

Luogo: Cortile di Palazzo Ducale

Dal 10 al 17 luglio
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Messa da Requiem
per soli, coro e orchestra

Di Giuseppe Verdi

direttore: Myung-Whun Chung | soprano: Hui He | mezzosoprano: Daniela Barcellona | tenore: Fabio Sartori |

Luogo: Cortile di Palazzo Ducale e Arena di Verona


nell’ambito del festival "Lo spirito della musica di Venezia"
nel bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi


Alcune cose che potremmo imparare da Margherita Hack

Amare lo studio

Margherita Hack avrebbe voluto vivere altri 10mila anniper scoprire cos’è la materia oscura, arrivare al primo istante del big bang e vedere “tutte le conseguenze meravigliose della mappatura del Dna”.


Essere combattive

Non si è mai sentita penalizzata dall’essere donna, anche se questo non le ha impedito di essere vicina alle lotte per i diritti e per la parità. “Bisogna essere combattive, non timide” diceva spesso. “Chi ha meno diritti si deve battere per averli e non aspettare che piovano dall’alto”.


Non preoccuparsi se i voti scolastici non sono eccellenti

A 26 anni ha conseguito la laurea in fisica con 101/110.
Dopo un breve impiego in un’industria di ottica, ha iniziato a insegnare astronomia all’Università di Firenze come associata. A 32 anni diventava docente di ruolo e cominciava a collaborare con varie università straniere tra cui Berkeley, in California, dove ha scritto “Stellar spettroscopy”, considerato ancora oggi un testo fondamentale. A 42 anni è stata la prima donna in Italia a dirigere un osservatorio astronomico.